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Alcuni articoli, recensioni, ricordi e riflessioni sulla musica (il resto è su Accordo.it)!

50 anni senza Jim Morrison

(Photo Paul Ferrara)

A natural leader, a poet

A Shaman, w/the

Soul of a clown.

Jim Morrison, “Road Days”

Quando un personaggio pubblico diventa larger than life, tende a perdere quei tratti umani che sopravvivono soltanto nei ricordi di chi lo ha conosciuto veramente. Negli anni ho avuto la fortuna di incontrare i compagni di band di Jim Morrison, alcuni tra i suoi più cari amici e collaboratori, persone che lo hanno conosciuto. Le loro testimonianze convergono verso il ritratto di un giovane uomo caloroso, brillante, divertente, intelligente, estremamente colto, talentuoso e totalmente fuori controllo.

Eppure, 50 anni dopo la sua scomparsa, molti non conservano di Morrison che l’immagine stereotipata e oleografica della rock star maledetta. Non che ci sia qualcosa di male nell’essere un dio del rock (e, intendiamoci, se c’è qualcuno che lo è stato davvero, questo è proprio il Re Lucertola), ma nel suo caso particolare lo scarto tra il luogo comune e la realtà è tanto grande da far venire i brividi.  

Non mi dilungherò sui tanti miti da sfatare a proposito di Jim Morrison, perché ne ho già parlato in questo articolo del 2013 su Accordo.it e da allora non è cambiato pressoché nulla. Tutt’altro. Oggi, in occasione del cinquantesimo anniversario della sua scomparsa, mi limito a gioire del fatto che in un sabato di luglio del 2021 in tutto il globo venga ricordato un ragazzo scomparso mezzo secolo fa a soli 27 anni. Questo, per un attimo, mi fa sperare che in un mondo così diverso da quello che ha assistito all’ascesa di Jim e dei Doors sia rimasto qualcosa della loro magia, che gli ideali che incarnava trovino ancora uno spazio, che le sue parole incontrino un interlocutore coraggioso.

Io stessa, pur avendolo fatto infinite volte in questi decenni, oggi mi trovo a ripercorrere con il pensiero la sua vita come se fosse una highway americana, dalla sua infanzia nomade, al richiamo irresistibile della California, dagli studi di cinematografia alla UCLA agli incontri con i futuri compagni di band e con il destino, da un’idea nata per caso sulla spiaggia di Venice alla deflagrazione di una carriera durata poco più di 4 anni ma destinata a riecheggiare per sempre, dalla sfida all’establishment  al penoso processo di Miami e alla persecuzione sino all’addio all’America e alla triste fine della corsa a Parigi, da artista in esilio. E la poesia. Fiumi di poesia come segnaletica lungo tutta la strada, a indicare il percorso da seguire per raggiungerlo.

Una storia triste? Sì, per molti versi, ma è una storia leggendaria e per questo, a differenza di tantissime altre vicende dal mondo del rock, è arrivata fino a noi e continua a essere celebrata.

La leggenda, così come il genio, non ha bisogno di essere confezionata da penne sapienti, non si ingigantisce attraverso gli algoritmi dei social network e non vince tornei su piattaforme musicali di streaming: esiste, si nutre di se stessa, vive fuori dal tempo e continua a rinnovare lo stupore in chi la ascolta. Jim Morrison è un mito dal fascino intramontabile, che sopravvive nonostante nessuno si prodighi davvero per perpetuarlo e malgrado il mondo odierno ci abbia ormai abituato a ben altro.

Jim Morrison non è per niente alla moda, anzi, non lo è mai stato. È stato un performer eccezionale ma totalmente fuori dai canoni dell’epoca (figuriamoci quelli moderni) ed era un instancabile fabbro della parola, non solo in qualità di autore dei testi delle canzoni dei Doors, ma anche come regista e soprattutto come poeta. Pochi giorni fa è uscito il volume The Collected Works of Jim Morrison: Poetry, Journals, Transcripts, and Lyrics, un progetto in collaborazione con il Morrison Estate e curato da Frank Lisciandro, uno dei più cari amici e collaboratore di Jim che in questi anni è stato letteralmente il mio ponte con lui. È uno scrigno di tesori – editi e inediti – dal valore inestimabile e un ulteriore tentativo di presentare la parte di lavoro di Morrison a cui teneva di più. Se oggi il mondo potesse ascoltarmi, gli direi di comprarne una copia.

Un brindisi a te, Morrison!

The grand highway

is

crowded

w/

lovers

&

searchers

&

leavers

so

eager

to

please

&

forget.

Wilderness.

Il mio amico Amedeo

La notizia è arrivata di prima mattina, fredda e rapida come una coltellata a tradimento: Amedeo non c’è più. Ho provato a rassicurarmi, dicendo a me stessa che doveva trattarsi di un errore, perché lo avevo sentito solo qualche ora prima, ma sapevo benissimo che si può morire in un secondo.

Nell’incertezza e con un po’ di ansia, sono andata a lavorare e ho aspettato per qualche ora una sua sortita del tipo “Laudani non capisce un cazzo, non ci penso neanche a partire. Ciao cara”. Purtroppo non è arrivata. È arrivato, invece, il messaggio di Lucilla, la figlia, che confermava tutto.

Che male!

Nel 1998 il mio amico e ottimo musicista Luca Ravagni mi consigliò di andare a vedere il film “La leggenda del pianista sull’oceano” di Giuseppe Tornatore. Decisi di seguire il suo consiglio, andai a vedere il film al Teatro Impavidi di Sarzana (La Spezia) e ne fui immediatamente conquistata. Chiamai Luca quella sera stessa per ringraziarlo della dritta e per dirgli che mi ero innamorata della storia e ancor di più della colonna sonora di Ennio Morricone. Curiosamente, Luca mi chiese subito se qualche brano in particolare mi avesse colpito e, senza esitare, gli diedi la risposta che evidentemente attendeva: “sì, la scena del pianista che suona il piano mentre questo vola a destra e a manca a causa del mare mosso. Il brano che la accompagna è eccezionale”. Luca mi rispose prontamente che quel waltz non era di Morricone, ma di un suo caro amico che aveva collaborato alla colonna sonora, “Amedeo Tommasi, una leggenda del jazz e un personaggio fantastico! Se vi conosceste, diventereste grandi amici!”

La leggenda del pianista sull’oceano (1998)

Luca chiamò Amedeo e gli portò i miei complimenti, e Amedeo gli disse che potevo parlarne direttamente con lui, contattandolo su ICQ.

Grazie Ravagni.

All’epoca internet esisteva già, ma non esistevano i social come li conosciamo oggi. ICQ era un programma di messaggistica istantanea che non avevo mai usato. Amedeo, che all’epoca aveva 62 anni, conosceva qualsiasi novità e trend tecnologico.

Per farla breve, siamo diventati inseparabili. Inseparabili nel senso moderno del termine, poiché Amedeo viveva a Roma e io a La Spezia. Come me, soffriva di insonnia e quasi ogni notte ingaggiavamo infinite chiacchierate digitali sulla musica, sul mondo, sulla vita. I nostri scontri “jazz vs rock” sono passati alla storia (soprattutto quando sono usciti da ICQ e li abbiamo portati sui social)!

Chet Baker e Amedeo Tommasi

Ho avuto l’onore di conoscere Amedeo attraverso i suoi stessi racconti. Storie di un’epoca leggendaria della musica, fatte di figure mitologiche del jazz mondiale e oltre (il suo legame con Chet Baker non è che una di queste), di dischi che rimangono dei capisaldi a distanza di più di 60 anni dalla loro uscita, di esperienze in tv, al cinema (le colonne sonore per Pupi Avati e per Tornatore sono letteralmente di culto), a teatro, insieme ad altri colossi. Storie di talento, studio, gavetta, trionfi e anche di ingiustizie. Intrecci favolosi, costellati di aneddoti incredibili sullo sfondo di mondi a me fino ad allora preclusi e dei quali mi apriva le porte a ogni occasione, come solo i migliori cantastorie sanno fare. Amedeo tanti anni fa mi ha chiesto di occuparmi della sua biografia e questo, vi assicuro, è il progetto incompiuto più bello che non leggerete mai.

Amedeo era un genio della musica, che conosceva e governava come pochi. Ha scritto cose incredibili, suonava divinamente, era un insegnante straordinario e un entertainer dalla dialettica insuperabile. Aveva la mente di un ragazzo, uno humour devastante, una sete di emozioni che non si possono scrivere. Era capace di reinventarsi di continuo, senza paura. È rimasto un ragazzo e ha suonato fino all’ultimo. È stato elegante, intelligente e generoso nella musica come nella vita.

Tom

Da quando ci siamo conosciuti, ha condiviso con me ogni evento importante della mia vita. Mi ha ricoperta di affetto e stima, che ha esteso amorevolmente a tutta la mia famiglia e a mio fratello in particolare. Il suo continuo incoraggiamento, il suo entusiasmo per ogni mia iniziativa e la sua presenza costante sono stati un regalo che non ho mai dato per scontato. Era il mio fan numero UNO.

Sono molto fortunata. Per me non è stato “solo” una leggenda della Musica, ma uno degli amici più cari e fidati che abbia avuto. Non so se abbia mai capito veramente quanto sia stato importante nella mia vita (forse sì). In questo quarto di secolo ha saputo essere un grande consigliere per me e l’idea che non riceverò più una sua chiamata, un suo commento, un suo “cara” mi è insopportabile.

L’ultima parola che mi ha detto, pochissime ore prima di andarsene, è stata “grinta”. La voglio prendere come un ultimo consiglio.

In una delle nostre vite precedenti (nel 2004), Amedeo ha scritto per me un brano e qualche anno dopo ha anche realizzato un video con una sequenza di mie vecchie foto, che aveva meticolosamente scelto. Lo ha intitolato “Estella”, come il nickname che usavo per entrare su ICQ per parlare con lui. Da allora ci siamo reinventati diverse volte entrambi, ma non ci siamo mai persi. Mai. Neanche ora.

Ciao Ahmed, ci sentiamo!

The Devil’s Party: Jim Morrison e William Blake

La recente scomparsa di Michael McClure, oltre a essere una grande perdita, considerando il suo contributo diretto al mondo della letteratura, mi ha fatto pensare all’importanza che certe figure hanno avuto anche nel mantenere viva l’attenzione nei confronti di altri artisti che non hanno goduto della stessa considerazione.

Quello che McClure, ad esempio, ha fatto con Jim Morrison non ha prezzo. Entusiasta della sua poesia, lo ha incoraggiato a pubblicarla, lo definito uno dei più grandi poeti (e pensatori) della sua generazione, si è detto certo che le sue opere meritassero piena cittadinanza nel canone letterario dei suoi tempi. Chissà cosa sarebbe venuto fuori dalla loro collaborazione, purtroppo interrotta dalla morte prematura di Morrison. E ha continuato a ricordarlo negli anni, invitando la gente a leggerlo e a studiarlo. Soprattutto, a capirlo.

Pamela Courson, Jim Morrison e Michael McClure

Di tanto in tanto, con mio grandissimo piacere, alcuni lettori interessati all’opera di Morrison mi chiedono di poter leggere un mio saggio pubblicato nel 2005 su Anglistica Pisana riguardo l’influsso di William Blake su Morrison, ora non più reperibile in stampa. Lo pubblico qui, sperando che possa interessare anche a qualcun altro.

Michael McClure aveva ragione, naturalmente.

Un sogno a 6 corde

Pietro è un mio allievo. Non è solo un grande amante della musica ma anche un grande amante dello strumento chitarra. In particolare, è un appassionato di chitarra elettrica e per il Natale del 2018 ha ricevuto in dono una splendida stratocaster rosso fuoco!

Mi è sembrato, dunque, doveroso realizzare con lui un documentario sulla chitarra elettrica che celebrasse lo strumento, la passione di Pietro e alcuni grandi strumentisti.

Così è nato il nostro videodocumentario in tre parti “Un sogno a 6 corde“, che include un excursus sullo strumento per spiegare ai compagni come funziona, un approfondimento su Brian May (chitarrista dei Queen e uno dei preferiti di Pietro) e un’intervista a Maurizio Solieri, storico chitarrista di Vasco Rossi e della Steve Rogers band.

Buona visione!

Parte 1: la chitarra elettrica
Parte 2: Brian May
Parte 3: intervista a Maurizio Solieri

Crazy Peter rocks!

Pietro non è un allievo come gli altri. Dal giorno in cui l’ho conosciuto, nel settembre del 2018, ha chiarito di essere un vero rocker e lo ha dimostrato.

Insieme abbiamo studiato una quantità di materie, ma la musica è la nostra grande passione comune. Così, dopo una lunga serie di lezioni e approfondimenti sui generi musicali, la fascinazione di Pietro per il punk mi ha spinto a lanciargli una sfida: perché non rinvigorire il punk italiano con un bel brano inedito? Come prima cosa abbiamo cercato un nome d’arte che esprimesse il piglio folle del giovane artista (Crazy Peter) e poi ci siamo lanciati nella composizione del testo. Con l’aiuto di mio fratello Antonello Pudva, che ci ha regalato una base da lui interamente composta e suonata, abbiamo realizzato un singolo che trasmette tutta la sua energia e la sua grinta. Lo abbiamo pubblicato all’inizio di giugno del 2019, per festeggiare la fine dell’anno scolastico: “Sei fuori di cabina, ciocchi come una mina“.

Che dire? Il punk non si spiega, si ascolta! Buona musica 🙂

The Doors: The Band You Love to Hate su Contatto Radio

“The Doors: The Band You Love to Hate” su Contatto Radio

Martedì 30 Aprile avrò il piacere di tornare in radio, ospite di Maurizio Castagna e Fabrizio Pisani insieme a Claudio Alcara e Antonello Pudva, per una puntata di L’Ultimo Negozio Di Dischi Sulla Terra dedicata a una delle più grandi band della storia del rock (e una delle band a me più care in assoluto): i Doors. In particolare, ci concentreremo sui 6 dischi realizzati insieme a Jim Morrison prima della fatidica partenza per Parigi, viaggio dal quale non fece mai ritorno.

In apertura di trasmissione, un nuovo “Racconto di Soul Kitchen” a cura di Ilaria Danesi.

Appuntamento Martedì 30 Aprile dalle 21 alle 22:30 e in replica Domenica 5 Maggio dalle 18 alle 19:30 sulle frequenze di Contatto Radio Popolare Network (89,80 Fm) e in streaming su www.contattoradio.it


Update: riascolta la puntata in streaming qui

Rock’n’Rosa: Access All Areas

Janis Joplin

Benché il genere affondi le sue radici in un preesistente humus di matrice nera, la nascita del rock’n’roll viene convenzionalmente fatta risalire al 1954, anno in cui il dj Alan Freed utilizzò per la prima volta il termine in questa forma (abbreviata), in cui Elvis Presley fece la sua prima incisione professionale ai Sun Studios di Memphis, in cui uscì la leggendaria “Rock Around the Clock” di Bill Haley and His Comets, in cui venne prodotta la prima Fender Stratocaster (la chitarra elettrica per antonomasia) e in cui si verificarono molti altri episodi legati alla musica che fecero di quell’anno un autentico spartiacque.

Nei decenni successivi, l’etichetta “rock” ha dato prova di grande duttilità, realizzandosi in una pluralità di forme estremamente diverse in termini di valori estetici di riferimento e di contenuti, e ha fatto proprie istanze libertarie e forza propulsiva della protesta della generazione emergente e della controcultura, divenendo forse il genere più libero, progressivo e “accogliente” sia da un punto di vista concettuale che nella sperimentazione e nella pratica musicale. Incredibilmente, però, a 65 anni dalla sua nascita, l’industria del genere più liberale in assoluto rimane retriva a tutti i livelli per quanto concerne le “quote rosa” e questo cela una contraddizione di base, indipendentemente dalle reali motivazioni.

Il rock’n’roll si è configurato fin da subito come un potente traino che ha accompagnato i teenager lungo la strada dell’affermazione della propria identità generazionale. Se l’immediata presa del genere ha travolto giovanissimi di ambo i sessi, varrà la pena ricordare che a decretare il successo epocale di artisti come Elvis e i Beatles e di innumerevoli loro contemporanei è stato un pubblico ampiamente femminile, che è presto diventato anche il target di mercato per eccellenza dell’industria musicale in ascesa. Non solo, ma la donna era “scritta” e cantata praticamente in ogni canzone, musa ispiratrice e destinataria dei versi che hanno sancito il trionfo del genere.

Eppure la divisione era già chiarissima e si snodava lungo una linea di genere: l’artista sullo spazio delimitato del palco o nei solchi del vinile, e la donna come consumatore passivo del fatto musicale. Nella prima fase evolutiva del rock, insomma, alle donne non era concesso essere rock performer, ma detenevano un ruolo predominante nelle scelte di mercato in qualità di acquirenti. Non che mancassero dischi di donne artiste (alcune soliste e girl group ebbero un buon successo), ma nessuna di esse proponeva canzoni che contenessero la stessa carica eversiva del rock più autentico, virando verso soluzioni sonore più leggere e testi meno espliciti.

Carol Kaye

Non solo, ma a rinforzare la visione stereotipata della subordinazione della donna in ambiente rock è sorto il fenomeno delle groupie (ragazze che facevano parte dell’entourage degli artisti, presenziavano ai loro concerti e li accompagnavano ovunque, assecondandone lo stile di vita e i capricci, n.d.r.), che diventarono parte integrante dello scenario rock, ruolo tra l’altro perpetuato dall’immagine della donna-oggetto protagonista di moltissimi videoclip dagli anni ’80 in poi. Se questo rappresentava un segno di emancipazione rispetto al ruolo tradizionalmente imposto alla donna dall’ordine costituito, ha finito con lo svilire i tentativi di tutte quelle donne che volevano ritagliarsi un ruolo professionale nell’industria del rock senza passare attraverso porte privilegiate. E se le groupie erano giocattoli o ornamenti temporanei, la presenza “stabile” di una donna nell’orbita di un artista non di rado è stata avvertita come una minaccia alla creatività dello stesso (Yoko Ono fra tutte).

Con l’enorme successo del genere nel corso degli anni ’60 e ’70, le opportunità offerte dall’indotto hanno fatto emergere numerose professionalità in ambiti come la produzione, il management, il comparto tecnico dell’allestimento live e nella registrazione in studio, la critica musicale, ecc. Sfortunatamente, però, la marginalizzazione propria del genere ha investito anche queste sfere, riservando alle donne ruoli limitati e minori.

La grande popolarità ottenuta nei decenni da artiste diversissime come Janis Joplin, Grace Slick, Joni Mitchell, Patti Smith, Stevie Nicks, Pat Benatar, Lita Ford, PJ Harvey, Tori Amos, Sheryl Crow, Alanis Morissette (per citarne solo alcune) ha sicuramente conquistato terreno ma tutto sommato sembra non aver sovvertito l’ordine di genere che da sempre caratterizza il mondo del rock. Sebbene il loro successo sia stato universalmente riconosciuto e la sensibilità femminile abbia fatto breccia nella discografia, infatti, a tutt’oggi il successo di strumentiste nel rock (e non solo) sembra essere ancora decodificato e valutato attraverso pregiudizi di genere («veramente brava per essere una donna!»), mentre i vertici del music business rimangono in buona parte di dominio maschile.

La storia, dunque, sembra suggerire che il rock sia un tipo di musica congenitamente “gendered” e prettamente maschile, ma lo è per natura o per convenzione? E, nel secondo caso, si può agire su quella convenzione per scardinarla? Dopo anni di battaglie femministe e di conquiste sul campo che hanno dato prova di competenza da parte di operatrici del settore, perché la porta sull’industria del rock rimane solo socchiusa per le donne?

Leslie Ann Jones

È opinione di molti che le ragioni siano da ricercarsi nella natura più intima del genere, il cui approccio irruente deriverebbe non tanto dalle istanze libertarie che da sempre accoglie, come si diceva, ma soprattutto dalla fondamentale virilità che lo contraddistingue. Il genere sessuale, quindi, nel caso del rock sarebbe connaturato al genere musicale e ciò si rifletterebbe a tutti i livelli nell’industria. Tale stilizzazione però non rende conto dell’estrema varietà formale del rock, del suo carattere multiforme e neanche del fatto che nei ruoli dell’indotto entrino in ballo competenze diverse da quelle prettamente artistiche.

Così come la nostra concezione dei sessi e dei loro ruoli è determinata da schemi sociali e culturali, anche la nostra percezione dei generi musicali lo è. Sono concetti costruiti sulla base di assunti radicati che istruiscono e orientano le pratiche. Semplicemente, certi ruoli sono stati creati, normalizzati, accettati e rinforzati dalla prassi per oltre sei decenni.

Quella delle donne nel rock è una “prominenza nascosta”, una presenza innegabile perché lo permeano da sempre ma, salvo rarissime eccezioni, non ne sono protagoniste a tutti gli effetti e, soprattutto, di fatto rimangono una minoranza. Che fare per riequilibrare questo sistema?

Ciò su cui dovremmo riflettere è che manca una cultura del genere, oggi più che mai. Dobbiamo chiederci quale ruolo potrebbero avere l’informazione e l’educazione musicale nel capovolgere questi modelli gender-based e rendere più inclusive e accessibili le pratiche musicali e le attività ad esse associate, e soprattutto farlo precocemente. Per assurdo che possa sembrare, molte donne non contemplano una carriera nell’industria musicale perché non ne conoscono l’ampiezza. Quante giovani donne sanno che nella catena del music business esiste una varietà di ruoli professionali come quelli del manager, dell’analista legale, del talent scout, del promoter, del produttore o del distributore? Quante considerano una carriera come ingegnere del suono e sanno che esistono scuole di alta formazione per diventarlo? Quante sono coscienti del fatto che la tecnologia musicale sia in realtà alla loro portata? Qualunque numero possa rispondere a queste domande, è una cifra ancora insufficiente.

Insomma, se è vero che ad oggi permangono stereotipi e preconcetti nei confronti delle donne, è vero anche che la disparità numerica tra uomini e donne nell’industria del rock è influenzata dal minor numero di tentativi di accesso da parte di queste ultime, se non in qualità di artiste.

La conquista da parte delle donne dei territori della musica rock nel loro complesso deve, quindi, passare inevitabilmente per step successivi. Il rock deve essere in primo luogo trasmesso come patrimonio culturale (mentre risulta tuttora quasi completamente assente dai curricula scolastici), poi sperimentato come possibile mezzo espressivo e infine investigato in tutta la sua filiera come un possibile ambito di realizzazione professionale.

Susan Silver

L’esempio di pioniere come Carol Kaye (chitarrista e soprattutto bassista che ha inciso circa 10mila brani in 50 anni di carriera), Leslie Ann Jones (road manager e poi ingegnere del suono presso alcuni tra i più prestigiosi studi di registrazione al mondo) o Susan Silver (leggendaria manager di alcune delle band di punta della scena grunge di Seattle) dimostrano che carriere nel mondo del rock sono possibili e confacenti alle donne, non solo in qualità di performer.

Chi è pratico di concerti sa che con l’espressione «Access all areas» si allude allo speciale pass che consente a un individuo di accedere a tutte le aree di un evento live, un lasciapassare di cui, oltre agli addetti ai lavori, normalmente possono disporre i privilegiati prossimi all’artista. Sarebbe bello se l’espressione potesse rappresentare non solo la speciale prerogativa delle groupie di vagare nel backstage di uno spettacolo, ma anche, idealmente, l’auspicabile accesso e la realizzazione professionale delle donne in tutte le aree del rock music business affinché la loro convenzionale marginalizzazione possa trasformarsi in un proficuo apporto al genere a tutti i livelli.


Questo articolo è il mio contributo alla settimana del Rosadigitale, manifestazione per le pari opportunità di genere nella tecnologia.

Grazie a Patrizia La Rocca per l’invito e al movimento Rosadigitale per le splendide iniziative!

Franco Fanigliulo: un ricordo, 30 anni dopo.

Mi rendo conto che sia più facile versare fiumi di parole per l’anniversario della scomparsa di De André e posso capire che la sua popolarità giustifichi il fatto che si scomodino in tanti per celebrarlo ma mi fa letteralmente orrore che quasi nessuno – neanche nella sua città – ricordi qualcuno che ha vissuto altrettanto intensamente la sua vocazione per l’arte e coerentemente la sua esistenza.

Franco Fanigliulo è stato un cantautore spezzino attivo tra gli anni ’70 (ha partecipato al Festival di Sanremo 1979 con il brano “A me mi piace vivere alla grande”) e ’80, morto il 12 gennaio 1989 per un’emorragia cerebrale a soli 45 anni.  Stava lavorando a un album, poi uscito postumo.

Ci abbiamo provato tante volte a ricordarlo al resto del mondo, io e un certo numero di suoi amici veri, molti dei quali hanno dato vita a Goodbye Mai Franco Fanigliulo Associazione Culturale, e sono certa che gli sarebbe piaciuto ogni singolo evento che abbiamo realizzato per lui in questi anni. Non credo che ci fermeremo, anche se alcuni di noi purtroppo ci hanno lasciato in questi anni…

Grazie all’amico e appassionato Carlo Ricci e a Radio Cinque Terre Web, è possibile riascoltare la registrazione audio della serata dedicata a Franco al Festival della Marineria della Spezia nel 2013, ideata da noi dell’associazione e presentata dalla sottoscritta con Paolo Gaggero, Loriana della Rossa, Antonello Pudva e ospiti. Pubblico splendido, momento magico.

Sono molto fiera di questo grande mio concittadino che non ho incontrato solo per un soffio. O forse sì?

Ascolta la registazione della serata

School Band Project: quando didattica delle lingue e musica convergono

 

Non c’è cosa che mi entusiasmi di più di poter ideare progetti che facciano convergere le mie passioni in qualcosa di creativo. Durante l’anno scolastico appena concluso – il mio primo anno di insegnamento in una scuola secondaria di primo grado – ho avuto il piacere e l’onore di realizzare un progetto CLIL che ho voluto chiamare School Band Project.

Attraverso il filtro della lingua inglese, i miei alunni hanno esplorato alcuni aspetti della professione musica, dalla scelta del nome della band all’ideazione di un logo per il merchandising, dalla composizione di un testo in lingua all’incisione di una canzone, dalla realizzazione di un videoclip promozionale alla stesura di un press kit da inviare alla stampa, con approfondimenti lessicali e attività pratiche multidisciplinari.

I pionieri di questo progetto sono stati i ragazzi della mia adorata 2A, che hanno dato vita alla rock band The JP Gang (dal nome della nostra scuola, la leggendaria Jean Piaget, La Spezia) e con me hanno realizzato il singolo Summer Countdown, con una base strumentale realizzata ad hoc da un noto rocker spezzino (mio fratello Antonello Pudva).

Il risultato ci riempie di gioia e di orgoglio. Sono certa che con il tempo questo brano rimarrà uno splendido ricordo delle scuole medie per i ragazzi coinvolti. Per me è l’ulteriore conferma che una didattica cre-a(t)tiva possa esistere, quando la scuola asseconda le aspirazioni dei ragazzi. In questo la Piaget non è seconda proprio a nessun’altra!

La Prof Pudva e la JP Gang vogliono ringraziare le famiglie che hanno sostenuto il progetto con tanto affetto, tutti (ma proprio tutti) i prof della Piaget che hanno tifato per la band, le bidelle che hanno tollerato le nostre invasioni rumorose, l’Ufficio Scolastico Provinciale che si è interessato al progetto e, last but not least, la Preside Maria Torre che è stata letteralmente la nostra fan n.1! This is the school we like, this is the school we create! E ora cominciamo il conto alla rovescia… Se vi va, aiutateci a portare la nostra musica made in Piaget in giro per il web linkando il video.

The JP Gang wishes you a wonderful summer!

 

 

Chris Cornell: un ricordo

Il 18 maggio di un anno fa, Chris Cornell moriva tragicamente a Detroit.

Martedì 22 maggio alle 21.00 su Contatto Radio – Popolare Network lo ricorderò insieme a Claudio Alcara e Maurizio Castagna per celebrare la carriera e la vita di uno dei più grandi artisti della storia del rock degli ultimi 30 anni (e oltre).

Seguiteci in streaming su www.contattoradio.it!


Update: riascolta la puntata in streaming qui