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Rock’n’Rosa: Access All Areas

Janis Joplin

Benché il genere affondi le sue radici in un preesistente humus di matrice nera, la nascita del rock’n’roll viene convenzionalmente fatta risalire al 1954, anno in cui il dj Alan Freed utilizzò per la prima volta il termine in questa forma (abbreviata), in cui Elvis Presley fece la sua prima incisione professionale ai Sun Studios di Memphis, in cui uscì la leggendaria “Rock Around the Clock” di Bill Haley and His Comets, in cui venne prodotta la prima Fender Stratocaster (la chitarra elettrica per antonomasia) e in cui si verificarono molti altri episodi legati alla musica che fecero di quell’anno un autentico spartiacque.

Nei decenni successivi, l’etichetta “rock” ha dato prova di grande duttilità, realizzandosi in una pluralità di forme estremamente diverse in termini di valori estetici di riferimento e di contenuti, e ha fatto proprie istanze libertarie e forza propulsiva della protesta della generazione emergente e della controcultura, divenendo forse il genere più libero, progressivo e “accogliente” sia da un punto di vista concettuale che nella sperimentazione e nella pratica musicale. Incredibilmente, però, a 65 anni dalla sua nascita, l’industria del genere più liberale in assoluto rimane retriva a tutti i livelli per quanto concerne le “quote rosa” e questo cela una contraddizione di base, indipendentemente dalle reali motivazioni.

Il rock’n’roll si è configurato fin da subito come un potente traino che ha accompagnato i teenager lungo la strada dell’affermazione della propria identità generazionale. Se l’immediata presa del genere ha travolto giovanissimi di ambo i sessi, varrà la pena ricordare che a decretare il successo epocale di artisti come Elvis e i Beatles e di innumerevoli loro contemporanei è stato un pubblico ampiamente femminile, che è presto diventato anche il target di mercato per eccellenza dell’industria musicale in ascesa. Non solo, ma la donna era “scritta” e cantata praticamente in ogni canzone, musa ispiratrice e destinataria dei versi che hanno sancito il trionfo del genere.

Eppure la divisione era già chiarissima e si snodava lungo una linea di genere: l’artista sullo spazio delimitato del palco o nei solchi del vinile, e la donna come consumatore passivo del fatto musicale. Nella prima fase evolutiva del rock, insomma, alle donne non era concesso essere rock performer, ma detenevano un ruolo predominante nelle scelte di mercato in qualità di acquirenti. Non che mancassero dischi di donne artiste (alcune soliste e girl group ebbero un buon successo), ma nessuna di esse proponeva canzoni che contenessero la stessa carica eversiva del rock più autentico, virando verso soluzioni sonore più leggere e testi meno espliciti.

Carol Kaye

Non solo, ma a rinforzare la visione stereotipata della subordinazione della donna in ambiente rock è sorto il fenomeno delle groupie (ragazze che facevano parte dell’entourage degli artisti, presenziavano ai loro concerti e li accompagnavano ovunque, assecondandone lo stile di vita e i capricci, n.d.r.), che diventarono parte integrante dello scenario rock, ruolo tra l’altro perpetuato dall’immagine della donna-oggetto protagonista di moltissimi videoclip dagli anni ’80 in poi. Se questo rappresentava un segno di emancipazione rispetto al ruolo tradizionalmente imposto alla donna dall’ordine costituito, ha finito con lo svilire i tentativi di tutte quelle donne che volevano ritagliarsi un ruolo professionale nell’industria del rock senza passare attraverso porte privilegiate. E se le groupie erano giocattoli o ornamenti temporanei, la presenza “stabile” di una donna nell’orbita di un artista non di rado è stata avvertita come una minaccia alla creatività dello stesso (Yoko Ono fra tutte).

Con l’enorme successo del genere nel corso degli anni ’60 e ’70, le opportunità offerte dall’indotto hanno fatto emergere numerose professionalità in ambiti come la produzione, il management, il comparto tecnico dell’allestimento live e nella registrazione in studio, la critica musicale, ecc. Sfortunatamente, però, la marginalizzazione propria del genere ha investito anche queste sfere, riservando alle donne ruoli limitati e minori.

La grande popolarità ottenuta nei decenni da artiste diversissime come Janis Joplin, Grace Slick, Joni Mitchell, Patti Smith, Stevie Nicks, Pat Benatar, Lita Ford, PJ Harvey, Tori Amos, Sheryl Crow, Alanis Morissette (per citarne solo alcune) ha sicuramente conquistato terreno ma tutto sommato sembra non aver sovvertito l’ordine di genere che da sempre caratterizza il mondo del rock. Sebbene il loro successo sia stato universalmente riconosciuto e la sensibilità femminile abbia fatto breccia nella discografia, infatti, a tutt’oggi il successo di strumentiste nel rock (e non solo) sembra essere ancora decodificato e valutato attraverso pregiudizi di genere («veramente brava per essere una donna!»), mentre i vertici del music business rimangono in buona parte di dominio maschile.

La storia, dunque, sembra suggerire che il rock sia un tipo di musica congenitamente “gendered” e prettamente maschile, ma lo è per natura o per convenzione? E, nel secondo caso, si può agire su quella convenzione per scardinarla? Dopo anni di battaglie femministe e di conquiste sul campo che hanno dato prova di competenza da parte di operatrici del settore, perché la porta sull’industria del rock rimane solo socchiusa per le donne?

Leslie Ann Jones

È opinione di molti che le ragioni siano da ricercarsi nella natura più intima del genere, il cui approccio irruente deriverebbe non tanto dalle istanze libertarie che da sempre accoglie, come si diceva, ma soprattutto dalla fondamentale virilità che lo contraddistingue. Il genere sessuale, quindi, nel caso del rock sarebbe connaturato al genere musicale e ciò si rifletterebbe a tutti i livelli nell’industria. Tale stilizzazione però non rende conto dell’estrema varietà formale del rock, del suo carattere multiforme e neanche del fatto che nei ruoli dell’indotto entrino in ballo competenze diverse da quelle prettamente artistiche.

Così come la nostra concezione dei sessi e dei loro ruoli è determinata da schemi sociali e culturali, anche la nostra percezione dei generi musicali lo è. Sono concetti costruiti sulla base di assunti radicati che istruiscono e orientano le pratiche. Semplicemente, certi ruoli sono stati creati, normalizzati, accettati e rinforzati dalla prassi per oltre sei decenni.

Quella delle donne nel rock è una “prominenza nascosta”, una presenza innegabile perché lo permeano da sempre ma, salvo rarissime eccezioni, non ne sono protagoniste a tutti gli effetti e, soprattutto, di fatto rimangono una minoranza. Che fare per riequilibrare questo sistema?

Ciò su cui dovremmo riflettere è che manca una cultura del genere, oggi più che mai. Dobbiamo chiederci quale ruolo potrebbero avere l’informazione e l’educazione musicale nel capovolgere questi modelli gender-based e rendere più inclusive e accessibili le pratiche musicali e le attività ad esse associate, e soprattutto farlo precocemente. Per assurdo che possa sembrare, molte donne non contemplano una carriera nell’industria musicale perché non ne conoscono l’ampiezza. Quante giovani donne sanno che nella catena del music business esiste una varietà di ruoli professionali come quelli del manager, dell’analista legale, del talent scout, del promoter, del produttore o del distributore? Quante considerano una carriera come ingegnere del suono e sanno che esistono scuole di alta formazione per diventarlo? Quante sono coscienti del fatto che la tecnologia musicale sia in realtà alla loro portata? Qualunque numero possa rispondere a queste domande, è una cifra ancora insufficiente.

Insomma, se è vero che ad oggi permangono stereotipi e preconcetti nei confronti delle donne, è vero anche che la disparità numerica tra uomini e donne nell’industria del rock è influenzata dal minor numero di tentativi di accesso da parte di queste ultime, se non in qualità di artiste.

La conquista da parte delle donne dei territori della musica rock nel loro complesso deve, quindi, passare inevitabilmente per step successivi. Il rock deve essere in primo luogo trasmesso come patrimonio culturale (mentre risulta tuttora quasi completamente assente dai curricula scolastici), poi sperimentato come possibile mezzo espressivo e infine investigato in tutta la sua filiera come un possibile ambito di realizzazione professionale.

Susan Silver

L’esempio di pioniere come Carol Kaye (chitarrista e soprattutto bassista che ha inciso circa 10mila brani in 50 anni di carriera), Leslie Ann Jones (road manager e poi ingegnere del suono presso alcuni tra i più prestigiosi studi di registrazione al mondo) o Susan Silver (leggendaria manager di alcune delle band di punta della scena grunge di Seattle) dimostrano che carriere nel mondo del rock sono possibili e confacenti alle donne, non solo in qualità di performer.

Chi è pratico di concerti sa che con l’espressione «Access all areas» si allude allo speciale pass che consente a un individuo di accedere a tutte le aree di un evento live, un lasciapassare di cui, oltre agli addetti ai lavori, normalmente possono disporre i privilegiati prossimi all’artista. Sarebbe bello se l’espressione potesse rappresentare non solo la speciale prerogativa delle groupie di vagare nel backstage di uno spettacolo, ma anche, idealmente, l’auspicabile accesso e la realizzazione professionale delle donne in tutte le aree del rock music business affinché la loro convenzionale marginalizzazione possa trasformarsi in un proficuo apporto al genere a tutti i livelli.


Questo articolo è il mio contributo alla settimana del Rosadigitale, manifestazione per le pari opportunità di genere nella tecnologia.

Grazie a Patrizia La Rocca per l’invito e al movimento Rosadigitale per le splendide iniziative!

Franco Fanigliulo: un ricordo, 30 anni dopo.

Mi rendo conto che sia più facile versare fiumi di parole per l’anniversario della scomparsa di De André e posso capire che la sua popolarità giustifichi il fatto che si scomodino in tanti per celebrarlo ma mi fa letteralmente orrore che quasi nessuno – neanche nella sua città – ricordi qualcuno che ha vissuto altrettanto intensamente la sua vocazione per l’arte e coerentemente la sua esistenza.

Franco Fanigliulo è stato un cantautore spezzino attivo tra gli anni ’70 (ha partecipato al Festival di Sanremo 1979 con il brano “A me mi piace vivere alla grande”) e ’80, morto il 12 gennaio 1989 per un’emorragia cerebrale a soli 45 anni.  Stava lavorando a un album, poi uscito postumo.

Ci abbiamo provato tante volte a ricordarlo al resto del mondo, io e un certo numero di suoi amici veri, molti dei quali hanno dato vita a Goodbye Mai Franco Fanigliulo Associazione Culturale, e sono certa che gli sarebbe piaciuto ogni singolo evento che abbiamo realizzato per lui in questi anni. Non credo che ci fermeremo, anche se alcuni di noi purtroppo ci hanno lasciato in questi anni…

Grazie all’amico e appassionato Carlo Ricci e a Radio Cinque Terre Web, è possibile riascoltare la registrazione audio della serata dedicata a Franco al Festival della Marineria della Spezia nel 2013, ideata da noi dell’associazione e presentata dalla sottoscritta con Paolo Gaggero, Loriana della Rossa, Antonello Pudva e ospiti. Pubblico splendido, momento magico.

Sono molto fiera di questo grande mio concittadino che non ho incontrato solo per un soffio. O forse sì?

Ascolta la registazione della serata

Tom Petty al Lucca Summer Festival 2012: un ricordo.

Una settimana fa, il 2 ottobre 2017, in seguito a un arresto cardiaco se ne andava Tom Petty, lasciando un vuoto incolmabile nel mondo del rock. Ho avuto l’onore e il piacere di assistere al suo concerto al Lucca Summer Festival e sono certa che chi, come me, si trovava in piazza Napoleone quella sera ne serbi un ricordo splendido.  Io rammento ancora di essermi sentita molto fortunata a presenziare, ma non avrei mai immaginato che solo cinque anni più tardi mi sarei trovata a frugare nei miei archivi a caccia di ogni possibile ricordo di quell’evento, nel tentativo di rivivere il mio unico concerto di Tom Petty. Rovistando tra le cartelle ho trovato una recensione scritta quella stessa notte, al mio rientro a casa, e mai pubblicata. Mi ha fatto piacere ritrovarla e mi fa piacere condividerla. So long, Tom!  

 


Non poteva aprirsi in modo migliore l’edizione 2012 del Lucca Summer Festival, che ha riportato in Italia un autentico colosso della musica internazionale dopo ben 25 anni. Venerdì 29 giugno Tom Petty & The Heartbreakers hanno raccolto in Piazza Napoleone più di 5500 persone di tutte le età, facendole correre lungo i 36 anni della loro carriera, quasi a volersi far perdonare per il ritardo di un quarto di secolo.

Con una scaletta che ha alternato super hit, brani meno noti e cover, Petty non ha faticato a regalare al proprio pubblico un concerto variegato in forme e stili, potendo attingere a un repertorio sterminato:  dalla byrdsiana apertura con “Listen to her heart” e dal pop rock di “Don’t come around here no more” al rock’n’roll delle origini in una splendida versione di “Carol” di Chuck Berry; dalla ballata dei Traveling Wilburys scritta da George Harrison “Handle with care” (uno dei momenti più commoventi della serata insieme alla versione acustica di “Learning to fly”)  al folk rock di “Yer so bad”, al rock blues di “Something big” e al vintage rock più duro di “Oh well” dei primi Fleetwood Mac e di “I should have known it” (tratta come “Good enough” dall’ultimo lavoro in studio di Petty, Mojo, del 2010), senza deludere l’attesa di quanti da anni aspettassero di cantare a squarcia gola le immancabili “Free Fallin’”, “Mary Jane’s Last Dance” e “American Girl”.

Nonostante la forte presenza scenica, Petty rimane un frontman di basso profilo che spesso preferisce lasciare i riflettori ai compagni di band. La sua performance è sobria, sempre centrata sull’interpretazione e sulla resa dei pezzi piuttosto che sui lazzi da showmanship estrema. Lo stesso si può dire degli Heartbreakers, che si contraddistinguono più per il sound sanguigno che per i virtuosismi, come si addice al loro repertorio. Mike Campbell, chitarrista istintivo di estrazione pageana e figura bizzarra, sacrifica spesso e (molto) volentieri la precisione nell’esecuzione in favore di soli “di stomaco” e dà il meglio del proprio rock mojo con lo slide. Scott Thurston (ex Stooges) si ritaglia un ruolo insostituibile in qualità di chitarrista, armonicista, tastierista e bravo corista. Ron Blair, bassista, è una colonna degli Heartbreakers in quanto cofondatore della band insieme a Petty e a Benmont Tench, al piano, organo Hammond e Mellotron. Dulcis in fundo, Steve Ferrone alla batteria (“il mio batterista preferito al mondo”, dice Petty al pubblico), il musicista tecnicamente più solido, che fa da autentico collante in questa eclettica line up. Con un drumset in stile John Bonham della Gretsch, infonde a questi brani un suono potente e massiccio, spesso molto più incisivo delle rispettive versioni originali. Non è un caso che gli Heartbreakers si definiscano “una live band prima di tutto”.

Lo show si è svolto su un palco spartano, con una strumentazione in parte vintage e in parte reissue, che ha regalato alle canzoni e al pubblico un sound meraviglioso, trasportando tutti negli U.S.A. in una dimensione atemporale, dritti nel cuore del rock.  Il parco chitarre, in particolare, era perlopiù vintage originale e un vero spettacolo per gli occhi di amanti dello strumento e non: Fender stratocaster e telecaster, Gibson Les Paul, SG TV Junior, Firebird, J200 e naturalmente Rickenbacker. Vedere certi gioielli ha fatto venire un brivido lungo la schiena al pensiero che solo pochi mesi fa cinque di questi pezzi sono stati “rapiti” da un addetto alla sicurezza di uno studio di Los Angeles in cui la band faceva le prove per il tour (e poi ritrovate dalla polizia al banco dei pegni in cui il tizio le aveva impegnate per 250 dollari…).

Il concerto, due ore di musica frutto di una vera alchimia che solo i veterani riescono a instaurare, ha regalato al pubblico qualcosa di importante da ricordare. Questo, in cambio, ha regalato agli Heartbreakers una partecipazione totale e Petty, visibilmente colpito dalla reazione di questa folla che spesso ha cantato anche più forte di lui, ha riflettuto sul fatto che sia necessario tornare presto. Commovente vedere gente letteralmente in delirio per qualcuno che, benché non abbia da invidiare nulla a nessuno a livello artistico, nel nostro paese rimane molto meno popolare di alcuni altri nomi del rock. Non sorprende affatto che questo tour abbia registrato un altissimo numero di date sold out.

Hanno aperto il concerto di Tom Petty & The Heartbreakers il cantautore americano Jonathan Wilson e la sua band, la cui immagine hippie è in perfetto accordo coi brani eseguiti, che attingono a piene mani da certo rock dei primi anni ’70. Un sound vintage niente male per composizioni non molto originali, alcune delle quali, però, discretamente suggestive.

 

SCALETTA

  • Listen to her heart
  • You wreck me
  • I won’t back down
  • Here comes my girl
  • Handle with care (Traveling Wilburys)
  • Good Enough
  • Oh well (cover Fleetwood Mac)
  • Something Big
  • Don’t come around here no more
  • Free fallin’
  • It’s good to be king
  • Carol (cover Chuck Berry)
  • Learning to fly
  • Yer so bad
  • I should have known it
  • Refugee
  • Running down a dream

BIS:

  • Mary Jane’s last dance
  • Two men talking
  • American girl

Il tesoro di Jackson C. Frank

Un paio di anni fa mi imbattei nell’incredibile vicenda musicale e umana di Jackson C. Frank, “il più famoso cantante folk degli anni ’60 di cui nessuno ha mai sentito parlare”, come qualcuno lo ha definito.  Ispiratore di artisti del calibro di Paul Simon, Nick Drake, Bert Jansch, Roy Harper e Al Stewart, lo statunitense Jackson C. Frank è stato una figura determinante nello sviluppo del folk britannico, nonostante la sua discografia si riduca sostanzialmente a un unico disco in studio, pubblicato nel ’65 dalla Columbia e prodotto da Paul Simon, poi seguito da  ristampe e compilation.

Come in tutte le storie tragiche che si rispettino, la vita di Frank si è interrotta piuttosto precocemente, ma a lasciare ancor più stupefatti sono le traumatiche svolte che il suo percorso ha subito durante i faticosi cinquantasei anni che ha trascorso sulla Terra, prima di trovare finalmente riposo.

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Per chi fosse interessato ad approfondire l’incredibile vicenda di Jackson C. Frank, rimando a un articolo che ho scritto un paio di anni fa su Accordo.it e a una puntata della trasmissione radiofonica L’ultimo negozio di dischi sulla Terra, trasmessa sulle frequenze di Contatto Radio – Popolare Network, a lui interamente dedicata e realizzata l’anno successivo insieme a Stroszek (Claudio Alcara, amico e cantautore appassionato di Frank), che ha splendidamente interpretato alcuni dei suoi brani. Trovate i link qui di seguito.

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Da allora, probabilmente sull’onda dell’interesse suscitato dalla ristampa del disco omonimo, è stato pubblicato un libro sul cantautore (Jackson C Frank: The Clear Hard Light of Genius, di Jim Abbott) e il regista Damien Aimé Dupont sta ultimando – non senza difficoltà, considerando lo scarso supporto ottenuto tramite il crowdfunding – un documentario dal titolo Blues Run the Game. A giudicare dai teaser presenti sul sito, si preannuncia interessantissimo e, a quanto sostiene Dupont, dovrebbe vedere la luce verso fine anno.

Nell’attesa, in questa prima domenica di autunno, mi abbandono all’ascolto del tesoro lasciatoci in eredità da Frank (e vi invito caldamente a fare altrettanto).

Leggi l’articolo su Accordo.it:  Le voci dimenticate: Jackson C. Frank

Ascolta la puntata: L’ultimo negozio di dischi sulla Terra: Jackson C. Frank

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Back to the Who 51 Tour

Quando, un paio di anni fa, Roger Daltrey annunciò il “The Who Hits 50 Tour”, definì la serie di eventi live che avrebbero celebrato il mezzo secolo di attività della storica band britannica come l’inizio di un lungo addio, ma probabilmente non poteva immaginare che il commiato si sarebbe protratto tanto a lungo: parte delle 70 date programmate sono, infatti, state posticipate all’inizio di quest’anno a causa di una meningite virale che ha colpito il cantante e che lo ha costretto a un riposo forzato fino al febbraio scorso. Inoltre, le numerose date aggiunte “in coda” (17, da giugno fino all’aprile dell’anno prossimo) hanno convinto la band a ribattezzare il prosieguo come “Back to the Who Tour 51”.

Ogni qualvolta un gruppo leggendario, magari mutilato di qualche componente originale, si appresta a rimettersi on the road con l’intenzione di chiudere definitivamente la propria carriera live, accende sentimenti contrastanti: se da un lato, può godere del supporto incondizionato dei fans più nostalgici, dall’altro suscita la stizza di chi preferirebbe non assistere a una manifestazione del suo fisiologico declino, volendone conservare un ricordo migliore. Gli Who (no, non riesco a dire “i Who”, come vorrebbe la Crusca, n.d.r.), però, hanno costruito la loro reputazione proprio su una considerevole attività live, oltre che su una produzione discografica d’eccezione, e questo legittima l’entusiasmo dei tantissimi che hanno deciso di assistere ai concerti di questo – si presume –  ultimo tour, che li ha portati a Bologna il 17 e a Milano il 19 settembre.

Ad accompagnare i due membri originali – Roger Daltrey alla voce e Pete Townshend alla chitarra – una lineup di tutto rispetto:  John Corey e Loren Gold alle tastiere, percussioni e cori, Frank Simes a tastiere, percussioni, cori, mandolino e banjo, Pino Palladino al basso, Zak Starkey (figlio di Ringo Starr, n.d.r.) e Simon Townshend, fratello di Pete e collaboratore degli Who da una ventina di anni, a chitarre e cori. Una formazione dall’impronta vintage che non ha tradito il sound originario della band.

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Dopo il set di apertura degli Slydig (buon gruppo britannico ben accolto dal pubblico milanese), in due ore di show, in ordine sparso, gli Who hanno snocciolato una pioggia di pietre miliari della storia del rock: dagli esordi di I Can’t Explain, The Kids Are Alright e My Generation (inni della generazione Mod, una copiosa rappresentanza dei cui “figli”, muniti di Vespa truccatissima e in abiti d’epoca, ha presenziato alle due date italiane), alle perle di Tommy (Amazing Journey, Acid Queen , Pinball Wizard e See Me, Feel Me) passando agli anni ’70 con le hit di Who’s Next (Behind Blue Eyes, Bargain e le colossali Baba O’Riley e Won’t Get Fooled Again), con Join Together (un momento toccante, in cui gli Who hanno testimoniato la loro vicinanza alle popolazioni colpite dal terremoto dello scorso agosto) e la sezione di Quadrophenia (5.15, I’m One, The Rock e Love, Reign o’er Me), fino ai singoli dei primi anni ’80, accolti più tiepidamente dal pubblico ma sempre splendidi. Il susseguirsi dei brani è stato contrappuntato dalla proiezione di filmati d’epoca, immagini della band e animazioni di una bellezza tale che da sola sarebbe valsa i soldi del biglietto. Splendidi, in particolare, i ricordi dei compagni che non ci sono più: il batterista Keith Moon e il bassista John Entwistle, scomparsi rispettivamente nel 1978 e nel 2002. Se l’assenza del primo è stata ampiamente metabolizzata da chi, come me, lo ha sempre visto unicamente in filmati d’epoca, fa ancora un certo effetto non scorgere la presenza discreta di John Entwistle sul palco, nonostante il suo sostituto sia ben più che degno (come ha testimoniato l’ovazione che il pubblico gli ha riservato a fine concerto).

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In tutta franchezza, con un catalogo e delle doti come i loro, resta da capire come sia possibile che gli Who, nonostante sia stato loro concesso di soggiornare nell’Olimpo del rock, non abbiano mai davvero guadagnato lo stesso status di altri fellow Brits. Eppure, anche a volersi limitare a quel che abbiamo ascoltato in questa serata milanese, sono tanti e tali i capolavori che hanno consegnato alla storia da lasciare quasi sbalorditi, soprattutto se si pensa che arrivano tutti dal genio di Pete Townshend, autore della quasi totalità dei brani incisi dal gruppo. Impossibile non interrogarsi sui territori sonori conquistati da un singolo individuo, che è anche un performer eccezionale: forte del suo parco chitarre rivisto e ampliato, ha regalato ai fans un’esibizione stellare, senza risparmiare i gesti iconici che da decenni mandano in delirio i suoi fans (primo fra tutti lo storico mulinello) e parlando senza sosta al pubblico.  Roger Daltrey, invece, è lo stesso leone di sempre, il rocker per antonomasia, una roccia dal carisma sfacciatamente intatto, il migliore interprete che la musica di Townshend potesse trovare, come lo stesso chitarrista ha detto, presentandolo.

C’è poco da aggiungere. Per come lo concepisco io, il rock – quello vero –  va scritto e suonato così: idee geniali sviluppate nel loro pieno potenziale da parte di un gruppo di individui che trasudano talento. Al Forum non si è avvertita neanche per un attimo la nostalgia per i tempi andati; è stato il trionfo del sincronismo di musica totalmente senza tempo. Purtroppo l’epifania che stasera ha manifestato una volta di più la grandezza di questi titani ci ha mostrato, per inverso e con una chiarezza dolorosa, ciò che manca alla musica oggi: il genio, appunto.

Ci sono buone possibilità che il duo Daltrey-Townshend continui a fare musica (un nuovo album potrebbe vedere la luce a breve), ma difficilmente torneranno a fare tour mondiali insieme, a quanto loro stessi dicono. Speriamo che mentano: Long Live Rock!

SCALETTA:

I Can’t Explain

The Seeker

Who are you

The Kids Are Alright

I Can See For Miles

My Generation

Behind Blue Eyes

Bargain

Join Together

You Better You Bet

5.15

I’m One

The Rock

Love, Reign O’er Me

Eminence Front

Amazing Journey

The Acid Queen

Pinball Wizard

See Me, Feel Me

Baba O’Riley

Won’t Get Fooled Again